sabato 6 ottobre 2012

Appuntamento al Ritz vs La ragazza fuori ufficio

Ultimamente un'amica mi ha prestato una serie di libri carini, ma non eccelsi (Un regalo da Tiffany è uno dei titoli e dà l'idea della tipologia). Nel giro di due giorni ho letto due libri di due autrici giovani, entrambe presentate nel retro di copertina con un riferimento a Sophie Kinsella, entrambe presentate come divertenti, acute, rilassanti: Appuntamento al Ritz, di Hélène Battaglia, e La ragazza fuori ufficio, di Nicola Doherty.
Due libri che per me sono totalmente agli antipodi, sia come capacità di scrittura sia per la tessitura della storia sia per la caratterizzazione dei personaggi.




Hélène Battaglia ha uno stile semplice, giovanile, che per questi libri sarebbe proprio adatto. Tuttavia si perde nel banale, nell'ovvio e, quel che è peggio, nel compiaciuto. I cataloghi delle mises della protagonista Hope ammiccano spudoratamente alle grandi marche, tanto da sembrare una recensione di una sfilata o un articolo di un settimanale femminile; c'è una continua insistenza su certi status-symbol (che ovviamente alla fine Hope ottiene), ma con la scrollata di spalle del dire che non sono le cose che contano; Hope è del tutto fittizia come personaggio: riesce in tutto, non si sa bene come (con enormi e sfacciate falsità! Che una persona da sola riesca a sistemare una suite di un hotel 4 stelle in mezz'ora è assolutamente impossibile: ci vuole un'ora per pulire a fondo e preparare una camera standard in un hotel 3 stelle per chi è bravo, veloce e abituato!); le si dice che sia tanto comprensiva, ma nella gran parte dei dialoghi interagisce a monosillabi e le persone si aprono con lei...così, non si sa bene perché;  per finire, è un personaggio che mi è risultato piatto, falso e ipocrita, un desiderato compendio di tutte le qualità che riesce a essere solo un compendio di boria.  La storia è prevedibile (lui e lei vanno entrambi in Inghilterra in modo autonomo...ovviamente si ritrovano nello stesso posto! Lei ha legato con una ragazza...ovviamente è la sorella di lui! Lei diventa amica di una tale...che ovviamente le compra completi di marca e le offre un lavoro! Va a veder una sfilata...ovviamente la fanno sfilare!), i personaggi stereotipati, il protagonista maschile assolutamente piatto (e anche lui esagerato: studente alla Sorbona - modello superbello - conte inglese...quasi quasi mi aspettavo che avesse già vinto il Nobel). A parte questi elementi, ciò che più mi ha dato fastidio è che la scrittrice vuole dirmi come interpretare le cose. Non me le descrive, mi dà già il suo giudizio preconfezionato. Ultimamente leggo molto scrittrici americane, sia tradotte che in lingua originale, e mi sono abituata a vedere messa in pratica la regola di raccontare, non giudicare, di descrivere e non spiegare. Quando una scena è infarcita di aggettivi quali "bellissimo, stupendo, meraviglioso", mi dispiace, io non vedo niente, se non una scrittrice che mi vuole buttare fumo negli occhi. E questo mi irrita: se la scrittrice descrive ciò che succede, ciò che si dicono i personaggi, ciò che fanno, io poi giudicherò se è "meraviglioso" o no. Se non mi dice niente se non che è "meraviglioso", io so solo che la scrittrice lo reputa meraviglioso. Ma che cos'è? Perché non lascia il giudizio nelle mie mani?
 L'ultimo difetto: la mancanza di ironia. Dio, come volevo che in qualche passaggio saltassero fuori, che so, Derek Zoolander o Mister Bean...I personaggi di questo libro si prendono sul serio dall'inizio alla fine e, considerato che macchiette sono, per me è stato un po' penoso leggerne storie e riflessioni.

L'altro libro, La ragazza fuori ufficio, è frizzante, ricco di humor, caratterizzato da personaggi verosimili e accattivanti: la protagonista è carinissima, una vera "ragazza normale" con tutte le paturnie del caso; lei dialoga veramente con chi ha davanti e la scrittrice ci mostra perché le persone decidono di aprirsi con lei o coinvolgerla nelle loro vite; niente è prevedibile, ma la storia si dipana naturalmente e in modo sensato (a parte forse il finale, che ho trovato un po' ovvio per la modalità di svolgimento) e ha tocchi di intensità improvvisi, delicati e intensi. I personaggi non si smentiscono, ma sono in grado di cambiare ed evolversi nel corso della storia, prima fra tutte la protagonista; i dialoghi sono spontanei, veridici, acuti, i luoghi e le situazioni dettagliati, accurati, ma non noiosi né triti. C'è una prospettiva molto seria sul mondo che circonda il giovane attore in vacanza-lavoro: non è tutto oro quello che luccica. Ci sono relazioni di amicizia e di amore che vengono tratteggiate rapidamente, ma in modo tale da apparire chiare e sensate. C'è ironia, anche da parte della protagonista riguardo a se stessa e accenni di commozione in alcuni luoghi. Ci sono punti del libro da cui scaturiscono riflessioni forti sul senso della propria attività lavorativa, sul mondo dello spettacolo e le sue falsità, sulla capacità di ripartire da zero dopo una batosta, e questi spunti di riflessione non arrivano in modo moralmente imposto o aprioristicamente deciso dall'autrice, ma semplicemente perché è quello che capita ai personaggi che ti fa pensare: li si vede nella storia.
La lingua dell'autrice è scorrevole, ma non banale, acuta e moderna, ma capace di approfondimenti e sfumature. Ottimamente svolto, un degnissimo esordio a mio parere, e un libro che ho gustato molto!





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